giovedì 9 maggio 2013

Martin Scorsese: Viaggio in Italia omaggio a Roberto Rosselini


Il mio viaggio in Italia è un bellissimo film documentario del 1999 diretto da Martin Scorsese sul cinema italiano.
Il film dura oltre quattro ore dove vengono mostrati e commentati dal regista spezzoni di film dei più grandi autori italiani: Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Federico Fellini, Roberto Rossellini.
L'opera è un omaggio a quel cinema che il il grande regista ha amato sin da bambino e che lo influenzerà moltissimo nella sua carriera .
 Il grande regista commenta  i capolavori del neorealismo italiano le cui scene principali scorrono sullo schermo permettendoci di riconoscere le fonti principali di ispirazione della sua stessa cinematografia.

Una storia del cinema italiano dalle origini agli anni Settanta attraverso lo sguardo di un italoamericano d'eccezione che dichiara di aver imparato ad amare il cinema guardando alla televisione i film italiani insieme ai nonni, ai genitori e al fratello. Grazie a questi film Martin Scorsese ha scoperto la sue origini e la propria identità culturale. Il lavoro, che ripercorre circa 130 titoli fino agli anni '70, apre e chiude con 'Paisà' di Rossellini e vuole essere un viaggio attraverso le risposte che i film italiani davano alle domande che si poneva il giovane Scorsese.



Quattro ore di immagini toccanti, un titolo che nel frattempo è diventato Il mio viaggio in Italia  omaggio al cineasta più amato da Scorsese, Roberto Rossellini.


"La mia vita è stata irrimediabilmente segnata dai film del neorealismo" racconta Scorsese -  Un'affermazione che è una dichiarazione d'amore e di intenti, l'inizio di un viaggio nella memoria personale oltre che cinematografica.  Viene evocata la famiglia di origini siciliane, chiamata a raccolta intorno all'unico televisore posseduto dal padre del regista: tutti insieme a piangere di fronte alle immagini di Sciuscià o Paisà trasmessi appositamente una volta la settimana per gli italiani di Little Italy.



Le immagini di riferimento impresse nella memoria del regista sono le più toccanti e significative della nostra cinematografia: il partigiano ucciso dai tedeschi e lasciato andare alla deriva sulle acque del Po in Paisà; i bambini di Sciuscià, condannati dalla povertà e destinati a finire in prigione se non addirittura a morire; il piccolo Bruno di Ladri di biciclette, costretto a diventare adulto prima del tempo. 


Da una intervista  a Martin Scorsese
 
Come è nata l’idea di questo “viaggio”?

«In parallelo con la ricerca delle mie origini. A metà degli anni ’70 ero convinto di essere italiano. Poi sono venuto in Italia e ho capito di essere americano. Ma la mia ricerca è cominciata alla fine degli anni ‘40, quando negli Stati Uniti vedevo – al cinema e alla televisione - i film di De Sica, Visconti, Rossellini».


Questi film hanno influenzato il suo lavoro?


«Sì, soprattutto hanno influenzato il mio approccio al cinema. Per questo ritengo molto importante farli vedere alle nuove generazioni. Il cinema non è fatto solo di blockbuster. “Il mio viaggio in Italia” è stato proiettato a Los Angeles, al NewYork Film Festival e ha suscitato grande interesse. Le proiezioni della parte in cui si vedono “Roma città aperta”, “Paisà”, “Germania anno zero” - fatte dopo l’11 settembre - hanno addirittura avuto un effetto terapeutico. Suscitando nel pubblico una sorta di ritrovata capacità di reazione alla guerra, alla tragedia appena accaduta».

A proposito di 11 settembre: chi potrebbe portare sul grande schermo questa tragedia?
 
«Non so se esista un Rossellini americano. Credo che su questo tema verranno fatti diversi film».

Prevede un seguito al suo “viaggio”?

«Sì. Vorrei arrivare alla metà degli anni 60-70, parlare degli stessi registi ma “a colori”, vedere come è cambiato il loro carattere. Ma anche parlare di film come “I pugni in tasca” e “Prima della rivoluzione”. Opere che ho visto quando avevo già deciso di fare cinema e che quindi mi hanno influenzato come regista, non più come figlio di emigrati. Non ho fretta, ho impiegato 5 anni a realizzare il primo “viaggio”».

 

 

sabato 13 aprile 2013

Roma Citta' Aperta Ieri ed Oggi


 Roma città aperta di Roberto Rosellini è uno dei capolavori del cinema italiano .



Roma Città Aperta  con Anna Magnani e Aldo Fabrizi; numerose scene vennero girate al Pigneto: nel cortile della parrocchia di Sant'Elena di cui era parroco Aldo Fabrizi, sulla circonvallazione Casilina dove era la base partigiana, a via Raimondo Montecuccoli, dove nell'ultimo palazzo prima della ferrovia abitava la protagonista Pina (Anna Magnani) e in cui venne girata la celebre scena finale in cui questa viene uccisa.

 
 C’è ancora quella corsa nell’aria. quel “Francesco” urlato con il corpo e con la gola.
Qui è stata girata la scena più famosa del cinema italiano e nessuno lo sa.
Via Raimondo Montecuccoli dovrebbe essere meta di pellegrinaggio, di tour, di devozione pura.
Invece c’è solo un vuoto che ti blocca il cuore.

La chiesa di Sant'Elena Fuori Porta Maggiore, dedicata alla madre di Costantino, si trova lungo la Via Casilina, la sua costruzione è stata eseguita tra il 1913 e il 1916 per volontà di Papa Pio X, su progetto di Giuseppe Palombi. 

 Il film fu girato nel 1945, a guerra appena finita, quando Rossellini, con pellicole scadute ed un set di fortuna, girò questo capolavoro del neorealismo italiano. Il personaggio di don Pietro si ispirò alle figure di don Luigi Morosini e don Pietro Pappagallo, entrambi impegnati nel fornire aiuto ai perseguitati del nazi-fascismo, mentre quello di Pina a Teresa Gullace, uccisa da un colpo di pistola di un soldato tedesco mentre tentava di parlare al marito prigioniero. Il titolo del film, Roma Città Aperta, fa riferimento alla designazione che si dava in tempo di guerra alle città che non potevano essere bombardate al fine di conservarne il patrimonio artistico e monumentale in esse contenuto.